ROMANIA

Appunti sparsi, caduti nella borsa e ricopiati con cura e discrezione. Diario di viaggio: Weekend a BUCAREST – I parte | TricaricOvunque

GIORNO UNO | Diario di Viaggio | Bucarest |

appunti sparsi, caduti nella borsa e ricopiati con cura e discrezione

Ma cosa vi ha fatto di male Bucarest? Perché si legge negli occhi una latente sorpresa quando si annuncia che la meta del weekend sarà la capitale rumena? Quanti sporchi pregiudizi deve ancora sopportare questo Paese che nulla ha a che fare con l’immaginario collettivo?

Sono questi i miei primi pensieri non appena mettiamo piede qui: un innovativo aeroporto ci accoglie e la gente del posto sorride. Il cielo è grigio, l’aereo atterrato in ritardo affretta i nostri momentanei compagni di viaggio: ci guardiamo attorno, io e Giorgia, cerchiamo di captare ogni singola sfumatura di questo nuovo Paese.

In poco tempo prendiamo un taxi, tra le raccomandazioni dei ragazzi dell’ostello, “solo quelli autorizzati” ci dicono, ma non aggiungono il perché. Da responsabili viaggiatrici, dopo aver cambiato cento euro in aeroporto, seguiamo il prezioso consiglio e seguiamo la procedura: ecco la prenotazione di uno ‘SpeedTaxi’ dalla macchinetta automatica proprio nell’atrio dell’aeroporto. In tre minuti il nostro mezzo è fuori: non parla italiano il conducente, ma cattura l’attenzione per via delle innumerevoli immagini sacre che decorano il suo posto. Madonne e crocefissi, una radio rumena accesa, il traffico cittadino intorno. Lui parla rumeno con qualcuno, tanto che i miei effimeri tentativi di instaurare una conversazione in inglese decadono in men che non si dica. “Is Bucarest già?”, chiedo infine, tra le risate di Giorgia. Possibile sia già questa la città?

Ecco, non è come sembra: il paragone -per chi come noi è solito viaggiare- vien fuori facilmente: pensiamo a Sofia e a Budapest e all’impressione che esse ci diedero non appena arrivate in loco. Che cosa terrificante i pregiudizi: attendevamo stupidamente un’entrata in una città abbandonata, ma tutto quello che ne rimane è un alternarsi di parchi leggermente innevati, palazzi decorati e ben illuminati, case dall’evidente stampo comunista ma che ancora si reggono in piedi.

Un fascino decadente inenarrabile. Non  so come scusarmi tra me e me per aver dato retta a quello che alcuni mi hanno erroneamente suggerito.

Partiamo da un presupposto: Bucarest non è la Romania, non ne diviene una sineddoche perfetta per via delle affascinasti contraddizioni che vi sono all’interno.

In poco più di mezz’ora, arriviamo al nostro ostello e il tentativo del taxi driver di chiederci una somma molto più alta di quella effettiva, ci rende agguerrite e convinte delle nostre ragioni. Fino a poco fa avevamo tenuto d’occhio il monitor ed eravamo sicure che la cifra complessiva fosse di 35 lei e non di 100 come ci era stato appena richiesto.

Da “donne di mondo” rimaniamo ferme sulle nostre convinzioni e non cediamo a questo vile ricatto: richiediamo dunque la ricevuta che conferma il costo indicato da noi. Questo episodio ci lascia perplesse, ma non cadiamo nell’errore della facile conclusione. Tutto il mondo è paese e, suvvia, mano sul cuore che almeno un italiano abbia fatto di peggio. Tutta brava gente, si intende.

Il sentimento negativo provato allo scendere dal taxi svanisce in men che non si dica: alla reception dell’Umbrella Hostelstringiamo subito amicizia con i due ragazzi che, senza ombra di dubbio, rientrano nel personale più accogliente che io abbia mai conosciuto. Entrambe cediamo alla chiacchiera facile e al suggerimento spinto del “che fare/dove andare/che vedere”. Ci rispondono e ci regalano feedback eccellenti, complimentandosi anche con noi per la condotta avuta con il taxista. Ci dicono infatti che due ospiti brasiliani sono stati vittime dello stesso trucchetto pagando ben 600 lei per la tratta. Un aspetto da tener conto quando si viaggia, dunque.

Entriamo nella stanza 102 dove abbandoniamo i nostri backpacks per tradire il riposo con la voglia di scoperta. In poco tempo siamo al “Green Hours”, un jazz club radical chic e bistrot che CI PIACE. TANTISSIMO.

Tra scatti e polaroid, ordiniamo subito la birra del posto, la SILVA, una bionda mezzo litro che a malapena paghiamo 8 lei cadauna. Un sogno. Nel perfetto stile esploratrici del mondo, ordiniamo anche il piatto tipico di carne: ceafo (carne di maiale), cârnați pleacoi (salsiccia), cârnați armenești (carne della Transilvania), pulpa de pui dezosate (cosciotti di pollo senza ossa), mămăliguța e castraveții mirați (tipica polenta e pikles) per la modifica cifra di 90 lei complessivi. Il sogno continua.

Sazie e felici, usciamo dal Green Hours per andare nel locale di fronte, consigliato dai ragazzi dell’ostello: il Beer Craft, un pub dove si spillano birre artigianali.

Un locale molto urban, dalle luci calde, luogo di ritrovo per gli abitanti. Ci sentiamo parte del tutto e ordiniamo vari tipi di ZAGANU, birra del posto: IPA, bionda, rossa e ‘perfectum Black’.

Un set di quattro birre da 150 ml ciascuna accompagnata da noccioline. La “FABRICA DE BERE BUNA” è la fabbrica delle chiacchiere al suon di birre, noccioline e nachos conditi, sintesi perfetta del weekend perfetto. In fondo, è pur sempre venerdì sera.

Il giorno dopo, coccolate dai piumoni profumati dell’Umbrella, in perfetta e collaudata modalità “Cracovia”, imbottite e pronte per la neve ci dirigiamo al “Coolinart” per fare colazione. Anche qui, l’ambiente giovane e urban, convenzionato con l’ostello, ci dà la giusta carica per affrontare il nostro sabato bucarestiano. Il ‘bubble waffle’ cu ciocolațä e cafea (waffle con le bolle con nutella e un espresso) rendono più felice questo sabato già di per sé felicissimo.

Bene, inizia il tour. Buona scoperta a noi.

[fine prima parte]

Intanto, un salto a Sofia 📍

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