Treno della Memoria

Da Lecce a Cracovia: il treno che cambia la vita | TricaricOvunque

C’è un legame forte e invisibile che unisce una città come quella di Lecce a quella di Cracovia. Più che un legame o un filo, si potrebbe chiamare un binario intangibile ed infinito. C’è qualcosa e qualcuno, c’è una comunità di viandanti, c’è una famiglia. 

Un progetto quello del  “Treno della Memoria ” che, negli anni, ha condotto oltre 40000 persone in viaggio, alla scoperta dei luoghi della memoria. Un progetto per non dimenticare e da non dimenticare, un’esperienza che cambia la vita e la percezione che si ha di essa. Facciamo un passo indietro per non farne molti più avanti.

Ogni anno, a partire dal mese di gennaio, centinaia di persone partono da varie città d’Italia in direzione PoloniaDa Torino a Lecce, si parte per visitare, come ultima e principale meta, il Campo di Auschwitz-Birkenau. Si parte per “diventare testimoni diretti della pagina più oscura scritta dall’umanità nel secolo scorso“. Si parte per non tornare uguali, per dare un senso diverso al futuro con il passato.

Dunque, si parte.

Punto di partenza Lecce, con micro tappa a Bari dove tutti i viaggiatori del Tdm (Treno della Memoria) si ritrovano per un’assemblea d’inaugurazione del viaggio, prima di dividersi per qualche giorno.

In base ai percorsi, i viandanti si dividono quindi su due tragitti diversi, alcuni sono diretti a Budapest ed altri a Praga: io mi muovo in direzione Repubblica Ceca. E così, zaino in spalla, saliamo sul nostro pullman. Ma insomma, pullman o treno? Ecco, il progetto iniziale prevedeva il viaggio in treno, ma per varie ed eventuali da alcuni anni si è deciso ed optato per quest’altro mezzo.

Quindi, eccoci in pullman, in mezzo a tanti sconosciuti, e dopo solo 24 ore di viaggio giungiamo a Praga. L’ostello è la dimora adatta per questo tipo di esperienza, un materasso in una miriade di letti, un anello di congiunzione tra le varie vite che si incrociano.

Lasciamo tutto in ostello e andiamo in giro per Praga: naso all’insù mode on. Immancabile la visita al centro storico della città, Piazza San Venceslao, la Chiesa di Santa Maria di Tyn, il Castello e naturalmente lo Josefov, il ghetto ebraico di Praga che con il suo cimitero e la sua sinagoga rappresenta il punto nevralgico da cui prende forma la vera natura del viaggio.

Ad udirne la storia e le leggende, si percepisce fin da subito che qualcosa di diverso caratterizza questo percorso ed in attesa che il giorno dopo arrivi si opta per una cena tipica in una storica birreria di Praga al suon di birra rossa, cicchetti e fisarmonica. È con “U Fleku” che Praga brinda con noi.

Il giorno dopo, sveglia presto in direzione Terezín, la città-fortezza utilizzata come campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, dove vi furono imprigionati oltre 140.000 persone di cui 15.ooo bambini. Facciamo prima una tappa al museo dedicatovi che ne raccoglie le testimonianze, i disegni, i nomi, le poesie. Un racconto visivo che lascia senza parole e tanto spazio a sentimenti di rabbia e tristezza.

Proseguiamo la visita nel campo di concentramento vicino sito all’interno della fortezza: già solo entrando, la scritta che si legge (Arbeit macht frei) sottolinea un ambiente crudele e truce, simbolo di una ferocia innata e di una mostruosità colpevole.

Visitiamo le stanze, i locali, i luoghi di sofferenza, dolore e morte. Mai nessuna parola saprà spiegare a dovere lo stato d’animo percepito.

Conclusa la visita a Terezín, ci spostiamo a Lidice, paesino raso completamente al suolo nel 1942 come rappresaglia da parte degli occupanti tedeschi. Visitiamo il museo dedicatovi e ammutoliamo dinanzi alla statua dedicata ai bambini vittime di un ennesimo atto brutale.

Portiamo nella mente le testimonianze che abbiamo visto e letto, chiudiamo gli occhi e saliamo sul pullman. Pensiamo: “tutto questo è accaduto per davvero“.

La mattina dopo è  tempo di nuovo di rimettere gli zaini sulle spalle e di spostarsi a Cracovia, dove ad attenderci un benfatto e caratteristico tour teatralizzato per la città. Con maestria e bravura, gli attori di Improvvisart riescono a ricondurci indietro negli anni e a farci vivere un clima diverso in linea con il percorso che stiamo intraprendendo. Ci caliamo insieme a loro nella parte e riviviamo alcune tappe fondamentali che sui libri scolastici non eravamo stati in grado di cogliere. Anche questa è la magia del TdM.

Così, incantati e storditi dalla particolarità di quanto vissuto, decidiamo di accontentare le nostre papille gustative al Morskie Oko, ristorante tipico del posto. Decidiamo quindi di consolarci con una tra le specialità tipiche del posto e non pensando a nulla più. La domanda che ora ci poniamo è: “Quanto sono buoni i pierogi?”. Anche qui, grandi domande e piccole risposte. E la sera trascorre così.

Come da programma, il giorno dopo siamo indaffarati in una visita di Kazimierz,  quartiere ebraico della città, che esploriamo in lungo e largo. Ogni porta, ogni angolo ha qualcosa da raccontare e noi ci lasciamo catturare dalla storia in modo inerme ed impotente fino a quando, lasciandoci alle spalle Plac Bohateròw Getta, la piazza degli Eroi del Ghetto, ci dirigiamo alla Fabbrica di Schindler per completare in maniera impeccabile la nostra giornata.

Tutto questo ci è d’aiuto per affrontare in modo consapevole e adeguato la giornata di domani: la visita ad Auschwitz e Birkeanau.

Molto abbiamo ascoltato e altrettanto abbiamo letto a riguardo, ma nulla e nessuno potrà mai dare una valida spiegazione a quello che ora i nostri occhi stanno vedendo.

Siamo da poco entrati nel campo di concentramento di Auschwitz e sebbene la temperatura non sia tra le migliori, il gelo nel cuore lo percepiamo camminando lungo gli innevati vialetti tra i vari blocchi. Ogni passo è pieno di voci ed il silenzio è pieno di visioni. Visitiamo i blocchi, tocchiamo con mano una parte di storia che probabilmente non siamo ancora in grado di accettare e di raccontare.

Ci perdiamo. Nelle stanze, negli spazi esterni, negli occhi che incontriamo e nei pensieri in cui inciampiamo. Cerchiamo domande, cerchiamo risposte e diveniamo testimoni attenti e fedeli di un triste spettacolo mal rappresentato, un po’ come a dire “sì, è tutto vero.”

Nessuno di noi però sa ancor meglio dare un senso a qualcosa che non si è visto: a Birkenau, l’impossibilità di non vedere la fine del campo, ci lascia ancora di più con l’amaro in bocca. La neve e un fitto bosco di betulle rendono lo scenario una ricerca disperata e desolata verso la fine, come a voler mettere il punto, uno stop a questo abominio. Ci scontriamo invece con la triste realtà e con i luoghi della morte che definiscono Birkenau, in modo infallibile e decisivo, un campo di sterminio e il più grande cimitero d’Europa.

In un rituale commemorativo, ci uniamo nel ricordo degli ebrei scomparsi e ci abbandoniamo alle più sconfinate lacrime come se i colpevoli di tutto fossimo in realtà noi. Un impulso indescrivibile, figlio del percorso e del viaggio in corso, aleggia su di noi.

Questo sentimento lo condividiamo con gli altri partecipanti il giorno successivo a Cracovia, in una duplice assemblea collettiva, in uno di quei momenti essenziali in cui capiamo che qualcosa, veramente, questo viaggio lo ha smosso e cambiato.

Ci rimettiamo in pullman, 24 ore di viaggio e poi, i pensieri vengono da sé.

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