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Gallipoli e l’ “Urnia”: c’è sempre una prima volta | TricaricOvunque

Nel momento in cui ho scattato questa foto ho detto a Federica, accanto a me:

“Io non so come facciano queste persone a stare tante ore in piedi senza stancarsi; io non ce la farei”.

Ma come ogni volta, puntuale nella mia vita, il karma mi contraddice.

Dalle 17 alle 3 del mattino ho percorso tutta la città in processione. La prima volta nella mia vita e probabilmente non l’ultima. Un vento fortissimo, una stanchezza fisica importante e un vestiario inadeguato (senza cappello, sciarpa e un maglione pesante) hanno reso più conflittuale questo tragitto.

Ma ho voluto farlo. Senza nessuna remora o finzione, ho sentito di doverlo fare.

Non cado in un vortice spirituale né tantomeno – d’ora in poi – andrò puntuale in Chiesa: chi mi conosce lo sa. Credo, perché le persone hanno bisogno di credere in qualcosa, ma sempre a modo mio e lungi dal pensare che sia un modo corretto di farlo. Quelle ore, quei passi, quello stop forzato per permettere agli uomini di sostenere al meglio la statua, quel non usare il telefono e non dover parlare con nessuno hanno avuto un loro perché.

Le cose capitano quando devono capitare, in un periodo così delicato per me, per quello che attorno mi è accaduto. Ho sentito dunque il bisogno di perdermi in un rito tra il sacro e il profano. Ho sentito il bisogno di perdermi. Gallipoli, in questo, mi è stata complice.

Nelle stradine del centro storico, il Sindaco salutava i cittadini e le vecchiette si commuovevano al passaggio delle statue. Un altro stop forzato permetteva agli uomini di inclinare la statua e di far vedere alle persone in casa la parte frontale delle figure. Ad ogni passo, scrutavo segni di un’umanità sorprendente: volti commossi, occhi tristi che speravano chissà cosa. Ognuno in quel passo si augurava qualcosa di migliore. E quelle lacrime, sì quelle lacrime, ne hanno provocato delle altre. 

Quelle lacrime, sono speranze, speranze di tutti.

 

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