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What a difference a day makes | TricaricOvunque

Ho compiuto un grave errore.

Quando decidi di cancellare qualcosa, devi fare comunque i conti con quello che affronti prima di farlo. È questo quello che è successo a me.

È già in atto il “mood 19 febbraio” e poco basta per lasciare il mio corpo qui e portare la mente 100% oltremanica. Sono passati 5 anni. 5 felici anni. Ma quando penso a te, quando veramente lo faccio, in fondo piango. Le foto, figlie di una tecnologia mobile che sembra essere lontana anni luce da quella attuale, mi ricordano ogni cosa. La strada verso casa, la volpe delle serate infrasettimanali, la partita del Chelsea al pub e la birra, che sistematicamente diventavano due e poi tre, al ritorno dal lavoro.

Il musical di Mamma Mia. Le passeggiate lungo il Tamigi all’ombra di quelle luci romantiche. Il jazz club. Il caffè americano. Tesco prima di tornare a casa. I taxi e i falafel di notte. Il sole al parco. La domenica a zonzo. La Oyster in tasca. Il Fish&Chips a Portobello.

Ricordi quella volta che io e Raul facemmo tre volte su e giù in metro? Mello rimase bloccato a Bayswater e lo trovammo lì, fermo, a ridere e ad aspettare noi. Era il giorno della festa della donna. Raul aveva perso il lavoro e mi resi conto che Bayswater era stato il mio primo, primissimo approccio con te, molti mesi prima. Da quel momento, lo sai, cambiò tutto.

Ricordo il mio primo sushi, ne ricordo ancora il sapore e l’espressione rammaricata della signora quando rifiutai il Sakè. Sai, mi ricordo anche il tragitto da Francis Grove e la fermata che lasciava poi lì, di fronte alla mia nuova famiglia. “Io non ho mai creduto potersi sentirsi a casa quando casa non è”. Non ci credo neanche ora. Eppure, così è stato. E a loro devo tutto.

Ho nel cuore l’odore della porta blu con quel 147 dorato che si apriva scricchiolando in Heythorp Street e che lasciava intendere che mille storie fossero accadute dietro di lei. Quella cucina poi, deserta durante il giorno e caotica la sera, tra le uova della tortillas e altri sapori indefiniti. Non aveva un buon odore quel microonde acceso, vero?

Non ricordo più come erano divisi gli scaffali, ora ritrovati in una vecchia foto di gruppo. Non stavo bene quel giorno, avevo la febbre e il giorno successivo avrei dovuto prendere l’aereo per le vacanze pasquali. Tra Spotify che lanciava Let her go e le canzoni che ogni sera Raul mi regalava per la buonanotte. In quella foto, di certo il mio aspetto non è dei migliori, ma ho uno sguardo che poco lascia spazio alla libera interpretazione. Era una giornata particolare, la notte trascorsa mi aveva lasciato un’eredità importante e sapevo che la vita avrebbe avuto qualcosa di diverso, da quel momento in poi. Nonostante tutto, non avevo nulla da temere. Io avevo chi mi portava il brodo, quel giorno lì.

Wimbledon. La Broadway di fretta. Il bus al piano di sopra. Il piumone di Primark. Madeleine Peyroux e Dinah Washington.

Forse prima o poi mi passerà, ma il tempo, se è vero che è un gran signore, allora questa volta non lo permetterà.

Aspetta. Non fraintendere. Non rimpiango il presente, non rimpiango nulla.

Vivo solo di incerte amarezze e di malinconie inessenziali quando qualcosa mi riporta lì da te. Era tutto così tremendamente magico e reale. La mia vita in una casa vittoriana, nel quartiere in e con un lavoro vero. Non vi erano proprio i presupposti per una vita infelice.

What a difference a day made.

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